Firenze – Riceviamo e pubblichiamo dalla nostra corrispondente in Svezia, Luisa Trojanis, un articolo dove l’autrice rievoca un viaggio nel viaggio in terra di Sicilia.
Tanndalen (Svezia) - Vincenzo è un famoso pittore siciliano. Il suo piccolo studio si affaccia sul porto di Sciacca nell’agrigentino. Mi piace affacciarmi dalla terrazza di Vincenzo: le piccole barche ormeggiate, i pescatori che tirano su le reti e l’odore del mare mi mettono bene tutta la giornata. I quadri di Vincenzo sono molto belli, contengono i colori e i profumi della sua terra. Le palme sono motivo ricorrente e fanno spesso da corollario a splendidi paesaggi. Qualche volta tra una pennellata e l’altra, nei momenti di pausa riesco a trascinarlo fino al bar per prendere un caffè. Quella mattina non ero sola, John e Steve avevano deciso di lasciare momentaneamente il residence dove eravamo ospiti, per seguirmi fino al famoso bar di cui avevo decantato le sette meraviglie. Cannoli, paste e pasticcini facevano da corollario lungo tutto il bancone del bar e non riuscivo a decidermi cosa prendere.
<<Facciamo una gita>>? Disse John. Capelli banchi, occhi azzurri, un australiano doc con un passato da coiffeur per le dive di Hollywood ma con un inguaribile amore per la Sicilia. <<Con la tua panda>>? Rispose Stevenson. Stevenson è un isolano acquisito. Tutti lo chiamavano così, da quando gli isolani scoprirono la sua naturale attitudine all’esplorazione ed al cacciarsi nei guai. Vive su un altopiano, in un fazzoletto di terra riarsa dal sole e circondato da distese di timo selvatico che profumano l’aria a ridosso del mare. Ha una piccola proprietà, ama andarci di tanto in tanto e la sua casa è sempre piena di amici che vengono a trovarlo. Ama vestirsi con ampie camice di lino dai colori accesi blu, arancio, rosso e non manca mai prima di lanciarsi all’avventura di aggiungere un tocco di originalità al suo abbigliamento. Quella mattina optò per un tovagliolino arancio e blu che sistemò prontamente nel taschino e decretò che quel giorno saremo stati la sua ciurma.
<<Se la tua panda riesce ad accendersi, potremo andare alla ricerca della tuma persa e strada facendo fermarsi a casa di amici>>, esclamò con enfasi Stevenson. Pur non avendo idea di cosa stesse parlando, decidemmo di seguirlo. Il termostato segnava 37 gradi e la panda era un forno senza speranza. Seduta dietro alla mercè del caldo e di quella allegra compagnia di personaggi, cominciai a sognare il freddo artico della Svezia. Il mio sogno durò pochi minuti, il vento cominciò a filtrare dai finestrini e il profumo del mare ad inondare l’abitacolo. Stavamo costeggiando il mare, quando Steve cominciò a parlare della tuma persa. <<C’è un solo casaro che la produce in Sicilia. Il suo nome “tuma persa” deriva da una tecnica di stagionatura: dopo essere stata messa in forma viene “abbandonata” per 8-10 giorni poi lavata, abbandonata nuovamente per 10 giorni ed infine salata. Con la stagionatura si forma una crosta dal colore dorato e il suo sapore si perde nella notte dei tempi>>. <<Ci credo eccome>>, esclamai! <<Qui, ci si perderà davvero nella notte dei tempi>>.
Erano circa due ore che eravamo in macchina e intorno a noi solo lande deserte riarse dal sole e tratti di agrumeti dai colori vivaci in netto contrasto con la terra marrone e fessurata dalla scarsità di acqua. Finalmente arrivammo all’azienda agricola. Un signore molto anziano stava seduto su uno sgabello, Stevenson gli chiese subito: <<Scusi, fate la tuma persa>>?
E il signore: <<No, no. Non ho visto nessuno>>.
<<No dico, è qui che fate i formaggi>>? Insistette Steve.
<<Dottore, qui facciamo i più bei formaggi di Sicilia. Si accomodi dai mie figli>>, rispose quell’uomo.
Il laboratorio era a conduzione familiare ma per quanto Stevenson insistesse sulla tuma persa tutte le volte che provava a nominarla, il signore ripeteva sempre che non aveva visto nessuno e così pace all’anima nostra e alla tuma persa, ci rassegnammo all’evidenza. Probabilmente, quello non era il posto che cercavamo. La cosa che più mi divertì e ricordo con nostalgia è la piccola pergola adiacente al laboratorio, Letteralmente invasa dalle pecore e da qualche cinghialetto che correva felice e noi che mangiavamo pane formaggio e mosche con noncuranza, come i veri esploratori giunti alla fine dell’ennesima fatica.
La via del ritorno fu meno traumatica. Ci fermammo da un’amica di Stevenson che tuttavia non era in casa, ma lui sosteneva che potevamo andarci ugualmente. Una casetta a ridosso del mare destinata a diventare “la casa degli artisti”. Questo era l’intento della proprietaria una volta sistemata e resa abitabile. Un luogo bello fino all’inverosimile che guardava il mare e dove la voglia di scrivere o dipingere sarebbe venuta fuori dall’anima di chi si trovava ad ammirare quel paesaggio e quella solitudine. Delle scalette scendevano al mare, la tentazione fu forte. Lasciai i miei amici a sbocconcellare il formaggio rimasto ed io scesi alla chetichella lungo il costone della montagna per, una volta raggiunto il mare, fare pace con l’infinito.
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