Molto rumore per nulla.
Firenze – Riceviamo e pubblichiamo un articolo, scritto da Luisa Trojanis, che raccoglie pensieri e riflessioni durante un viaggio.
Tanndalen (Svezia) - Fissavo i binari del treno e mi domandavo come era possibile che con tutto quel ghiaccio sopra, i treni non avessero smesso di funzionare. Il treno era partito da Oslo con un pò di ritardo e dovevo fare un cambio di treno ed aspettare la coincidenza per Roros per arrivare alla mia destinazione finale. Il primo treno era un pò affollato. Belle facce, grandi, sorridenti. C’era pure un gruppo di militari, vestiti con la mimetica e il cartellino con le loro generalità in bella vista in un taschino dei pantaloni a metà coscia. Sono sempre felice di incontrare i militari, sia gli uomini che le donne sono rigorosamente bellissimi, sembrano fatti con lo stampo, sono gentili e più volte incontrandoli mi avevano aiutato a portare i bagagli, cosa che purtroppo non succede più in Italia. I cavalli sono rimasti senza cavalieri ormai.
Il riflesso del finestrino mi permetteva di osservare con occhi discreti le altre persone dello scompartimento. Una ragazza con il cane, un signore sulla sessantina e due signore che sembravano quasi gemelle. Trovo le donne norvegesi dotate di molto fascino non tanto per la bellezza ma quanto per la loro imponenza statuaria, una certa fierezza che le rende particolarmente interessanti. Chissà di che cosa parlottavano, il norvegese è proprio una lingua impenetrabile quasi gutturale. Ancora non era buio, a guardar bene sembrava quasi di poter toccare con la mano la luna gigante che sovrastava il cielo stellato. La sua luce era così intensa che rendeva la neve ancora più luminosa e brillante, come in un paesaggio fiabesco. Ogni tanto si intravedeva qualche casetta sparsa nella notte illuminata e le finestrelle accese indicavano che qualche famiglia se ne stava di sicuro a guardare la tv davanti ad un bel caminetto.
Sia le case norvegesi come quelle svedesi sono molto belle e sono sempre illuminate, le finestre sono enormi e non ricordano affatto le nostre, piccole, con gli scuri, costruite non solo per ripararsi dalla luce ma anche per difendersi dagli sguardi indiscreti altrui. Mi sono sempre chiesta se questo fatto delle finestre enormi e della totale calma che circonda queste case non fosse un’invenzione turistica. Mi spiego meglio. La mia naturale curiosità mi porta spesso a cercare cosa si nasconde dietro quelle enormi vetrate. Capite, la tentazione è grande…. Ed invece vi dirò, non ci sono mai uomini , non so, che si fanno la barba, mamme che preparano da mangiare , figli che guardano la tv. Al contrario, tutto è sempre perfetto, la luce è accesa, la tv pure, la macchina è parcheggiata fuori casa, il gatto è acciambellato sulla finestra ma loro, gli umani, dove sono? Interrogativo inquietante che anche dopo cinque anni non sono riuscita a spiegare.
Finalmente ero arrivata ad Hamar, una piccola stazione norvegese dove ci attendeva la coincidenza per Roros. Il piccolo treno aveva l’aria di averne viste già abbastanza per quella giornata. Infatti, era letteralmente ricoperto di neve e ghiaccio come se qualcuno lo avesse spruzzato con una bomboletta spray di quelle che si usa per carnevale. Il piccolo treno non era molto affollato, quella era l’ultima corsa della sera. A circa due ore dalla partenza, il capotreno annuncia qualcosa di totalmente incomprensibile per le mie orecchie. I passeggeri iniziarono a vestirsi velocemente. Un ragazzo, in inglese, mi disse che dovevamo scendere dal treno perchè qualcosa impediva al treno di proseguire. Sgomenta e preoccupata infilai il cappello e con armi e bagagli seguii il flusso. Un donnone enorme, forse la moglie dello yeti pensai, ridendo sotto i baffi, si avvicinò esortandomi a caricare le valigie sulla sua vettura nove posti. Non feci in tempo ad annuire, che con una mano sollevò le due valige e il computer e le pose nel retro del furgoncino. Accidenti! Con le donne qui non si scherza. Una sberla di quelle sulla faccia avrebbe fatto fare il triplo salto mortale a chiunque.
Nel frattempo che sistemavamo i bagagli, i due controllori con le torce illuminavano i binari alla ricerca di non so cosa. Ad un tratto due alci enormi si manifestarono dal nulla, se ne stavano ritti ed immobili illuminati dai fari del treno e delle torce. Sembravano come imbalsamati, solo le orecchie si muovevano impercettibilmente. Erano così vicine che potevamo facilmente vedere il loro manto unto e irto di peli spessi che luccicavano per effetto della brina. Nessuno si stupì, solo io facevo fatica a crederci domandandomi dove cavolo mi trovavo e se ero in preda di allucinazioni. Il donnone con il taxi guidava velocemente, non ci sono autostrade da queste parti, sono tutte piccole, e ci sono tratti dove è difficile immaginare una presenza umana. Cullata dal brusio delle persone e dal calduccio che emanava il radiatore dietro le ginocchia, mi abbandonai ad elucubrazioni degne di un trattato di filosofia.
Pensavo…, le abitudini. A casa, i termosifoni, il focolare familiare, il buon cibo ti spediscono direttamente in zone di non ritorno dove ci si abbandona volentieri. Ed è difficile staccarsene. Sei come in un limbo, più mangi e più vorresti mangiare, più ti copri e più hai freddo. Sei in un girone quasi infernale, non osi più. Segui il flusso e il reflusso direi di quell’enorme massa di notizie, chiacchiere, rumori che ti investono come boomerang. Non produci più idee se non quelle degli altri, non produci più nulla di tuo se non la rabbia e il malcontento di vivere una stagione dove sembra non ci siano vie di uscita . Relazioni contorte, rapporti difficili. Niente è più chiaro. Si gioca ai misteriosi, ci si nasconde, si dice e non si dice, si appare ma non si è. Tutto è sempre avvolto nell’alone della non chiarezza. Anche qui in facebook. Vorrei ma non posso, dico ma non dico. L’anonimato mi permette di costruirmi una nuova identità senza che i colleghi se ne accorgano. Uffa dico io, la vita e le relazioni possono essere molto più semplici. Tutto è una grande fatica. Le donne giocano alle misteriose, gli uomini è come se fossero appena sbarcati da un cargo battente bandiera liberiana .
Silenzio.
Di tanto in tanto un piccolo gruppo di lepri artiche faceva capolino dal bosco, mi domandavo se saremo mai arrivati, il cielo era rosa e gonfio di neve da un momento all’altro potevamo trovare la strada sbarrata dalla troppa neve caduta nelle ore precedenti. Un ragazzo si fece scendere in un posto sperduto e inforcando una bicicletta fu inghiottito dalla notte. Cercai di seguirlo con lo sguardo, ma sparì in un baleno. Non c’è niente da fare – pensavo, guardando fuori -, una volta qui le cose cambiano e ti rendi conto quanto tutto quell’affannarsi, arrabbiarsi, imprecare tutto il giorno non serve assolutamente a nulla. La realtà a volte è molto più semplice. Avevo ancora con me il quotidiano, comprato a Roma. Tutto quel rumore per nulla, il caos, gli scandali. A guardar bene da lontano, sembrava tutto un enorme teatrino. In quello spazio ristretto, seduta tra estranei in uno dei luoghi più desolati della Norvegia, mi sono sentita per un attimo a casa. Quel bianco candido luccicante, il silenzio assoluto mi avevano infuso un vero senso di pace dopo tanto rumore. Tutto si cancella, tutto è più chiaro. Se non fosse per quel velo di malinconia che ogni tanto ti assale, penseresti che il paradiso terrestre esiste davvero.
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L’ho riletto con ennesimo piacere..scrivi con un cuore e una passione rari…
toccante,come quel velo di malinconia
brava, bello il soggetto e lo scritto, mi piace molto