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    La normalità nella diversità.

    FirenzeRiceviamo e pubblichiamo alcune riflessioni, formulate da una giovane donna che vive nella Lapponia svedese. Il contributo di Luisa, questo il suo nome, esprime un punto di vista da parte di una persona, originaria di Siena,  ma che vive e lavora all’estero. Un occhio, un modo diverso per analizzare il nostro Paese. Ringraziamo pubblicamente Luisa per l’interesse mostrato, senza ritorni economici – caratteristica peculiare della nostra attività -, e che tale articolo possa rappresentare un inizio di collaborazione a distanza fra l’associazione e Luisa.  

    Tanndalen (Svezia) -  Vivendo all’estero gran parte del tempo, mi accorgo sempre più di quanto il nostro Paese sia arretrato e senza speranza. Mi fa tenerezza, vedere nel mappamondo quanto la nostra penisola sia minuscola, un puntino, rispetto al resto del mondo. Eppure ci sentiamo grandi, custodi di un sapere di gran lunga superiore rispetto agli altri paesi. Tempo fa, avevo letto da qualche parte, che il 60% degli italiani è video-dipendente e che solo il 35% si dedicava a internet. Non so se ci avete fatto caso, ma a me capita che a chiunque domandi… scusa, hai internet? Mi sento rispondere: sì ma l’usa solo mio figlio, sì ma è vecchio e poi la connessione non funziona bene, oppure io e l’informatica siamo due cose diverse, etc, etc…. Questo per dire che a noi italiani tali diavolerie moderne ci sono ancora per lo più sconosciute e che preferiamo stare seduti sul divano a guardarci la televisione. Purtroppo, quello che passa in tv non è neanche la minima parte di ciò che succede nel mondo. Tutto viene filtrato, colorato, aggiustato, affinato, confezionato per un pubblico, che più è nel gregge e più facilmente può essere manipolato. Assistiamo, infatti, ad un imbarbarimento generale, un imbruttimento che si riflette negli aspetti quotidiani, nei rapporti tra persone. Visti dall’esterno siamo piagnucoloni, fobici, ossessionati dalle malattie, stiamo con la mamma fino a 40 anni e oltre, usiamo l’università come parcheggio nell’attesa che qualcuno ci dia una direzione. E poi certo, con la laurea non si può andare a pulire i gabinetti. Ma ti pare… io, e che ho studiato a fare.

    Superato lo scoglio dell’università, c’è l’incontro con il mondo del lavoro e cosa sappiamo fare? Nulla, molta teoria e niente pratica. Bene che ci vada, o ereditiamo la poltrona del babbo, oppure con la scusa del praticantato sgobbiamo per 15 ore, facendo anche meglio, il lavoro del nostro capo e pure sottopagati. Ma questo è noto a tutti. Quello che invece non è noto, è che all’estero funziona diversamente. Certamente non sono la custode di verità assolute. Ci mancherebbe! E nemmeno posseggo la bacchetta magica per cambiare la testa delle persone. Ma ho una mia verità, una personale, che può essere condivisibile o meno. Sono un punto di vista, tra tanti punti di vista, un occhio discreto che osserva lo scorrere delle cose. Una volta pensavo che avrei potuto salvare il mondo e mi incollavo sulle spalle, o almeno credevo, tutti i suoi mali. Ma poi mi sono resa conto che ciò non era possibile. Cio che potevo fare, era cercare nel mio piccolo soluzioni e strategie che potessero far star meglio me stessa e, di conseguenza, le persone che mi ruotavano intorno.  

    Stare all’estero e lavorare con gli stranieri è stata per me la panacea di tutti i mali. Con le dovute premesse, e cioè che non è tutto oro quello che luccica. Qui, se sei bravo vai avanti, non c’è discussioni. Se sei un cretino e non fai il tuo lavoro, ti cacciano a pedate, non ci sono scuse. Tutti lavorano per un fine comune, e questo vale sia per i proprietari e gli eventuali figli dei proprietari, che per i dipendenti. Al personale viene data massima fiducia, vanno e vengono dagli uffici, hanno accesso in tutto. Qui non si ribadisce: fai questo perche io ti pago. I “padroni”, se c’è da rimboccarsi le maniche, e andare a pulire i gabinetti della propria azienda perche magari tutto il personale è occupato lo fanno. Ora, questo fatto dei gabinetti non è che io sia fissata. Penso che sia un esempio inequivocabile di ciò che voglio spiegare. Il fine comune è che il cliente abbia accesso a dei servizi e che sia soddisfatto. I figli dei proprietari di una determinata azienda, lavorano spesso nella azienda di famiglia e vengono pagati e trattati alla stregua degli altri. Qui i ragazzi lasciano la famiglia presto. Molti, in attesa di trovare una propria strada, lavorano nel terzo settore, cioè come camerieri, donne delle pulizie, etc. Quando si presentano ad un posto di lavoro, giovanissimi, non sono dei babbei, sono spavaldi, sicuri di sè e i datori di lavoro trattano loro con pari dignità, senza vessazioni. Non c’è timore o paura nei loro occhi, non si legge soggezione di sorta. Le regole valgono per tutti, davvero, tutti si mangia allo stesso tavolo e tutti, e dico tutti, hanno pari diritti. 

    In questa atmosfera, il personale si sente gratificato, non ha bisogno di sotterfugi, maldicenze e di fermentare il malcontento. Figuratevi, qui si viene pagati a cottimo. Ciò significa che se lavori guadagni, punto. Ognuno ha le sue ore, le segna nel computer. Ma ci pensate in Italia una cosa del genere? Quanti di noi resisterebbero a non truccare le ore? Qui ci sono negozi, in cui dopo esserti servito con caffè e quant’altro metti i soldi nel bussolotto. Non c’è nessuno a controllarti. Quanti di noi metterebbero i soldi? Ve lo dico io, ce li mettiamo, questi cavoli di soldi, perché se siamo rispettati a sua volta rispettiamo. Rispettiamo il fatto che quel povero cristo che si è preso la briga di preparare il tutto ha lavorato per noi e noi gli siamo grati. Qui la gente quando lavora, sorride, prima di iniziare qualsiasi attività si prende un caffè e un dolce tutti insieme, si ride, si scherza. Tutti abbiamo accesso a frigoriferi, dispense, cucine. Fallo un pò in italia. Viviamo in un Paese che se uno straniero si prende dal tavolo delle colazioni, qualcosa da portarsi dietro durante la giornata, pensiamo che sia un mentecatto, un tirchio. Ma non e cosi. Non funziona cosi negli altri paesi. 

    Qui ti senti normale nella diversità. Povero, ricco, bianco, nero, con handicap, che importa. Vedo il nostro Paese come gli animali che non hanno ricevuto un proprio imprinting, non hanno avuto modo e tempo per socializzare, non hanno avuto modo di sperimentare il diverso, chi ai nostri occhi è estraneo e non corrisponde ai nostri canoni culturali. Siamo ignoranti, nel senso vero del termine, siamo accecati da una nostra cultura che ci impedisce di vedere al di là del proprio naso. Mi ci metto per prima, ancora adesso fatico a staccarmi dai clichè che mi porto dietro. L’importante è forse accorgersene, ed è già tanto con i tempi che corrono.

    Luisa Trojanis.

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