W., il divo americano

Prato – Confrontarsi con la mediocrità e trarne un affresco cinematografico. E’ quello che secondo me è riuscito a fare Oliver Stone in W., il suo ultimo lavoro dedicato all’ormai ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

 

Stone non segue la chiave documentaristica e di inchiesta percorsa in JFK, arrivando a non citare eventi cruciali della recente storia americana (la contestata elezione con l’accusa di brogli del 2000, l’11 settembre). Il regista racconta una serie di momenti significativi della vita di George W., seguendolo nel suo tortuoso percorso umano, dai problemi caratteriali della gioventù alla redenzione religiosa. Ne viene fuori la figura di un uomo mediocre, complessato nei confronti dell’altro sesso e dell’ingombrante figura paterna, tenace e determinato ai limiti dell’ottusità.

 

La bravura di Stone e dell’interprete Josh Brolin, perfettamente a suo agio in una parte così scomoda, secondo me è consistita proprio nell’evitare la caduta nella macchietta. Stone evita di calcare eccessivamente la mano (che Bush non sia acutissimo è risaputo) e questo aspetto lo ha portato a subire diverse critiche, ma il trattamento quasi caritatevole riservato al presidente in alcune scene non può essere letto come tentativo di ridimensionare le sue colpe.

 

Neanche il popolo americano ne esce bene: quando la mediocrità va al potere è il paese intero a essere diventato mediocre. L’empatia di George W. col popolo è elevata fin dall’inizio della sua carriera politica, il tentativo fallito di diventare Governatore del Texas. “Sono uno di voi… parlo coi tifosi, coi venditori di hot dog”, dice in un comizio di quegli anni. Il feeling resta elevato anche in seguito nonostante (o forse proprio per) l’evidente impaccio mostrato in pubblico. Evidentemente gli ideali Dio-Patria-Famiglia, vera pietra angolare dell’operato del nostro, bastano e avanzano, e l’immagine delle riunioni di governo, con Bush che prega mentre Cheney, Rumsfeld e Rove portano avanti le loro strategie,  è emblematica.

 

Il ritmo del film è compassato e riflessivo, con grande spazio lasciato all’ironia. In questo ho notato una certa somiglianza con “Il divo” di Paolo Sorrentino, che secondo me è il miglior film italiano del 2008, anch’esso criticato a torto per avere lasciato un’immagine troppo umana di Giulio Andreotti. Ma quando la storia ha già dato il suo giudizio, il compito dell’artista non è forse quello di cercare altre angolazioni e di offrire nuovi spunti di riflessione?

 

Una riflessione finale la faccio anch’io, restando su un tema di attualità come gli Oscar. Il cinema americano sta riscoprendo il genere della monografia, come testimoniano le diverse pellicole in uscita anche in Italia e dedicate a personaggi più o meno importanti della storia recente: oltre a W. di Stone è già nelle sale “Milk” di Gus Van Sant, dedicato al politico omosessuale degli anni ’70, e domani uscirà “Frost-Nixon” di Ron Howard. Considerato il contesto io avrei inviato come rappresentante del cinema italiano alla corsa per le ambite statuette proprio “Il divo” invece di “Gomorra”, un film bellissimo ma che ha il difetto di presentare un’immagine della criminalità lontanissima da quella dei vari Padrini che piacciono tanto al pubblico americano. L’esclusione del film di Garrone dalla pre-list dei nove titoli mi sembra eccessiva, pur non avendo visto i concorrenti, ma ritengo che “Il divo”, sia per meriti propri che per il fatto di inserirsi nel contesto di cui parlavo, avrebbe avuto maggiori possibilità di vittoria.

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